Smart Working, ovvero fare di necessità virtù

Anche se è di importanza fondamentale cercare di non percepire questo momento come se stessimo vivendo in un film post apocalittico diretto da Ridley Scott, è anche senz’altro vero che l’emergenza Coronavirus non va sottovalutata. Per questo oggi vi parliamo di Smart Working, la forma di lavoro adottata da moltissime realtà italiane per cercare di ridurre al minimo le possibilità di contagio con responsabilità sociale, pur portando avanti le proprie attività. 

In realtà, nonostante se ne sentisse parlare poco o comunque non di frequente lontano dai grandi centri come Milano, lo Smart Working esiste già da ben prima del Covid19. L’osservatorio del Politecnico di Milano lo definisce una “nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.” 

In poche parole nello Smart Working il lavoratore, una volta stabilito che tipo di rapporto lavorativo instaurare con l’azienda, è autonomo e indipendente a fronte del raggiungimento dei risultati concordati precedentemente. Le attività lavorative vengono, insomma, ripensate in maniera “intelligente” (smart, per l’appunto) e il lavoratore è libero di scegliere come gestire il proprio modus operandi: dagli orari al luogo di lavoro. 

In tutto questo la tecnologia assume un ruolo importantissimo, in quanto è in grado di connettere persone, spazi, oggetti e processi di business. L’obiettivo resta quello di stimolare la produttività innovando, coinvolgendo e responsabilizzando persone e gruppi di lavoro. Nell’ottica smart, il concetto di ufficio assume il connotato di non avere confini e il vero spazio lavorativo è quello che favorisce la creatività delle persone, genera relazioni che oltrepassano i muri aziendali, promuove nuove idee e quindi nuovo business.

Come accennato all’inizio, la scelta di ricorrere allo Smart Working nelle aree che hanno visto casi di Coronavirus è stata necessaria per ridurre al minimo le possibilità di contagio con responsabilità sociale, pur portando avanti le proprie attività. Come ha sottolineato Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, “Lo Smart Working non può essere la soluzione per “bloccare” l’epidemia ma, con l’impegno di tutti, può rappresentare una misura per ridurre rischi, attenuare disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare. I lavoratori, e soprattutto coloro che sono già Smart Workers, devono restituire il credito di fiducia dimostrando autonomia, impegno e senso di responsabilità”. 

Virus a parte, comunque, gli effetti positivi dello Smart Working sono ormai riconosciuti anche dalle istituzioni: dare la possibilità ai dipendenti di lavorare in modo flessibile rispetto al luogo e all’orario attraverso l’uso delle tecnologie digitali, permettendo loro di coniugare al meglio vita sociale e impiego, non può che rivelarsi una modalità in grado di apportare benessere del lavoratore. 

Che questa ondata virale non sia, in realtà, un buon punto di partenza per promuovere forme di lavoro alternativo?